Gli schiavi

I Romani ricchi si servivano in tutto dell’opera degli schiavi, meno costosa e più sicura, perché mai interrotta, come quella degli uomini liberi, dall’obbligo della milizia. Vi erano schiavi pubblici e privati, urbani e rustici; schiavi avevano i sacerdoti per i servizi nei templi; schiavi i municipi; schiavi il governo per la polizia, i lavori pubblici, la costruzione di armi e di macchine. Con l’andare del tempo e col crescere del lusso, i servi crebbero grandemente di numero e di qualità e furono divisi in categorie e decurie, destinate ai lavori e agli uffici più diversi.

 

Circa il numero degli schiavi molti scrittori tramandano che le famiglie più ricche ne possedevano migliaia: l’essere in loro mano tutti i lavori di città e di campagna e tutti i servizi domestici ne prova la grande moltitudine, come attesta lo storico greco Appiano: “I ricchi si impadronirono a poco a poco delle terre pubbliche e, confidando che col tempo nessuno potesse ritoglierle loro, comprarono o presero a forza i piccoli possessi dei loro vicini e in questo modo, in onta alle leggi, estesero sempre più i loro latifondi. Per coltivare le terre e pascolare le greggi usavano servi comprati, affinché la milizia non li sottraesse al lavoro. Questa proprietà degli schiavi dava ad essi molto guadagno. Dal che avvenne che i potenti si fecero ricchi oltremodo e i campi si riempirono di schiavi”.

 

Lo schiavo non ha patria né persona né anima: è una cosa, non un uomo; è merce che si vende sulla pubblica piazza; è proprietà del padrone, cui tutto è lecito contro di lui: può a suo capriccio straziarlo, mutilarlo, ucciderlo. La schiavitù fu sostenuta nell’antichità da legislatori e filosofi, come Aristotele che definisce tale condizione dell’uomo naturale e giusta, non immaginando una società senza servi. (Dalla Storia dell’Italia antica del Vannucci, vol. III, pag. 19 ss.).

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