L'Anfiteatro Flavio

L’Anfiteatro Flavio fu inaugurato dall’imperatore Tito nell’80 d.C. con sontuosissimi giuochi e spettacoli: un numero straordinario di gladiatori, combattenti a coppie o a gruppi; migliaia di fiere uccise da strenui bestiari e anche da donne; naumachie; e poi larghi doni gettati dall’imperatore alla folla plaudente.

La grande mole, capace di 87 mila persone, fu portata a termine da Domiziano con lungo lavoro di prigionieri e di schiavi e con profusione di fiumi d’oro. L’edificio di pietre tiburtine fortemente commesse con perni di piombo e di ferro, presentava all’interno cinque ordini di gradini splendidamente coperti di marmo e al di sopra un portico destinato alle donne e alla plebe: ottanta archi di ordine dorico, ionico e corinzio all’esterno decorati di statue, e quelli corrispondenti nel mezzo degli assi adorni di colonne sporgenti e di carri trionfali, come si vedono nelle medaglie. Al di sopra del vasto recinto si stendeva, quando bisognasse, un immenso velario per proteggere gli spettatori dai raggi del sole.

 

La parte sotterranea dell’arena fu poi scavata e murata ed ebbe ambulacri di accesso, cavee per le fiere, congegni per le macchine e tutto disposto in modo che l’arena potesse essere convertita in lago per le battaglie navali. Il grande edificio, destinato ai feroci divertimenti di Roma, risuonò lungamente delle grida di migliaia di gladiatori combattenti e morenti, di prigionieri e di schiavi sbranati dalle belve. Restaurato più volte dopo i danni causati da incendi e terremoti, l’Anfiteatro prese nel Medioevo il nome di Colosseo e divenne campo per giostre di cavalieri e scene notturne di negromanti. Oggi rimane la più grande e la più spettacolare delle rovine di Roma. (Dalla Storia dell’Italia antica del Vannucci, vol. IV, pag. 515 ss.).

 

Paideia greca e humanitas romana

 

Il problema della paideia caratterizza più di ogni altro la storia dello spirito e della cultura dei Greci. L’educazione infatti è il principio di cui la comunità umana si vale per propagare e conservare il proprio tipo sociale e spirituale. In questo campo appunto i Greci rappresentano rispetto ai popoli più antichi un progresso radicale, in quanto pervengono alla formazione di una umanità «superiore», sul piano non certo etnico, ma essenzialmente culturale. Come afferma Jaeger, senza l’idea greca di cultura non vi sarebbe un’antichità classica quale unità storica, né un mondo civile occidentale.

 

Idea centrale della formazione dell’uomo greco è l’areté (la virtus dei Romani), che ovviamente subisce una profonda evoluzione dall’età omerica a quella dei secoli V e IV a.C., in cui alla scuola dei filosofi e dei retori si realizza in modo compiuto l’ideale della kalokagathia, cioè della perfezione. Nei poemi omerici, come nei poeti lirici da Teognide a Pindaro, termini quali agathós ed esthlós (in opposizione a kakós), sono usati in generale ad indicare valore guerriero, nobiltà di nascita e quindi un privilegio di classe. Nell’età attica, per merito precipuo della democrazia ateniese, nascono e si affermano le idee di libertà e di uguaglianza, che poi il mondo occidentale farà sue. Per la prima volta nella storia universale viene riconosciuto ad ogni individuo il diritto ad una vita propria all’interno della comunità e il libero sviluppo della propria personalità: l’Epitafio di Pericle nelle Storie di Tucidide è la più alta celebrazione della politeia ateniese, esempio autentico di democrazia diretta e perciò «scuola dell’Ellade»; come osserva il Pohlenz, lo Stato ateniese è espressione altissima di civiltà, in quanto unisce alla forza politica la più sublime spiritualità, e questa meta è raggiunta solo quando il singolo cittadino può liberamente dispiegare le proprie peculiari attitudini. Ma è soprattutto nel IV secolo che l’ideale della paideia trova la sua espressione più alta per merito di grandi pensatori e scrittori, come Isocrate.

 

Nell’epoca in cui l’idea della polis come forma politica va perdendo consistenza e si preannuncia l’universalismo monarchico, la paideia ellenica sopravvive come la cultura per eccellenza, e la città di Atene, pur con il crollo del suo impero, conserva un intramontabile primato, quello spirituale. Per Isocrate infatti le ragioni dell’egemonia non vanno più ricercate nella forza delle armi, ma nella superiorità culturale, che egli chiama filosofia, volendo intendere non quella dei filosofi, come Platone, ma un campo più vasto e pragmatico, di carattere universale. In questo senso Atene si fa maestra per la Grecia e per il mondo, a cominciare da quello romano.

 

Il processo di ellenizzazione della cultura romana vive il suo momento decisivo nel periodo delle prime due guerre puniche, ad opera del cosiddetto «Circolo Scipionico», punto d’incontro e di aggregazione di personaggi (Scipione l’Emiliano, Lelio, Panezio, Polibio) e di tendenze culturali tra loro affini. Secondo l’interpretazione ciceroniana, alquanto ridimensionata dagli studi più recenti, proprio nell’ambito di questo circolo culturale di ispirazione greca, sarebbe nato l’ideale dell’humanitas, un concetto non facilmente traducibile per la complessità delle sue implicazioni sia sul piano umano e sociale sia su quello più propriamente culturale. Ad esso possiamo far risalire l’idea stessa di civiltà, come affinamento del costume, tolleranza ed apertura verso gli altri, superamento di ogni limite nazionalistico e sociale. Il concetto di humanitas trova la sua più autentica espressione nel celebre verso di Terenzio: «Homo sum: humani nihil a me alienum puto» (Sono un uomo: niente di umano ritengo estraneo a me), vero compendio della filantropia antica, che cancella ogni distinzione di razza e di patria. L’orgogliosa formula «civis Romanus sum», che chiudeva l’orizzonte spirituale del Romano, ora si apre all’esperienza greca e la rigidità del «mos maiorum» si stempera alla luce di ideali più alti e nobili.

 

L’assimilazione romana della cultura greca è ormai compiuta in epoca augustea, quando Orazio definisce la «controconquista» greca di Roma: «Graecia capta ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio» (La Grecia conquistata conquistò a sua volta il rozzo vincitore e introdusse le arti nel rustico Lazio). Con Augusto l’humanitas diventa presupposto dell’universalismo imperiale e simbolo della missione civilizzatrice di Roma, raggiungendo il punto più alto della sua evoluzione. Il secolo successivo ne segna già il declino ed anche se rinasce nell’età degli Antonini, essa appare del tutto disancorata da implicazioni di ordine ideologico e ridotta ormai a sinonimo di pura formazione culturale.

 

Col declino irreversibile dell’impero, si perdono gradualmente anche i grandi valori che l’humanitas aveva rappresentato: essi risorgeranno dopo il Medioevo, attraverso l’Umanesimo e il Rinascimento, in una sintesi nuova, viva e feconda di valori universali e permanenti, con cui l’uomo moderno deve confrontarsi ancora.

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